Fonte di reperimento: la Repubblica – Il Venerdì, Gianluca Monastra, «Il Mostro di Firenze secondo la serie di Stefano Sollima. E i ricordi dell’unico testimone», 9 ottobre 2025. Autore della fotografia non indicato.
(Riproduzione a bassa risoluzione, utilizzata esclusivamente per finalità di critica, analisi e documentazione storica.)
Dopo la pubblicazione del mio libro Mostro di Firenze: l’errore di Rabatta – La telefonata che avrebbe potuto cambiare la storia, ho continuato a riflettere su alcuni aspetti della vicenda.
È probabilmente inevitabile. Quando una ricerca dura molti anni, la consegna definitiva del testo all’editore ne conclude la redazione, ma non interrompe le domande. Al contrario, può accadere che alcuni elementi già raccolti comincino a dialogare fra loro in un modo che non era stato pienamente considerato durante la stesura.
Una di queste riflessioni riguarda il duplice omicidio commesso nella notte tra il 21 e il 22 agosto 1968 a Castelletti di Signa, nel quale furono uccisi Barbara Locci e Antonio Lo Bianco.
Nel capitolo 6 del volume ho provato a costruire alcuni scenari relativi alla possibile età dell’autore dei delitti attribuiti al Mostro di Firenze, nell’ipotesi che fosse ancora vivo nel 2026. Non si trattava, naturalmente, di individuare una data di nascita precisa, ma di delimitare alcune fasce anagrafiche attraverso una serie di vincoli: l’età presumibile all’inizio della serie, l’autonomia economica e sociale, la disponibilità di un mezzo di trasporto, il grado di organizzazione mostrato e l’efficienza fisica ancora necessaria nel 1985.
Uno di questi presupposti – la necessità di disporre già nel 1968 di una propria automobile – potrebbe però essere riesaminato.
Perché l’automobile sembrava necessaria
Nel valutare l’età dell’omicida, ho attribuito un certo peso alla logistica complessiva della serie.
I duplici omicidi avvenivano di notte, in luoghi appartati e spesso difficilmente raggiungibili senza un mezzo proprio. L’autore portava con sé una pistola e, almeno nei delitti in cui ne è documentato l’impiego, un’arma bianca. Poteva inoltre avere bisogno di una torcia, di indumenti di ricambio o di altri oggetti utili alla preparazione e alla gestione dell’azione.
Vi era poi il problema dell’allontanamento. Dopo avere sparato da breve distanza, utilizzato un coltello e manipolato i corpi, l’omicida poteva presentare tracce ematiche sugli abiti. A partire dal 1981 cominciò inoltre ad asportare e portare via parti anatomiche delle vittime femminili.
Un’automobile avrebbe offerto velocità, riservatezza e capacità di trasporto. Avrebbe consentito di occultare armi, oggetti, eventuali indumenti sporchi e, nei delitti degli anni Ottanta, le parti anatomiche prelevate.
Per questa ragione, nello scenario-base riferito all’inizio della serie nel 1968, avevo ritenuto prudente attribuire all’autore almeno 23-25 anni: un’età nella quale il possesso della patente, una maggiore autonomia personale e la disponibilità relativamente stabile di un’automobile risultavano più probabili. Nel libro avevo comunque inserito anche una variazione di sensibilità, abbassando la soglia a 21-22 anni.
Ma un ragionamento valido per la serie nel suo complesso deve necessariamente valere, negli stessi termini, anche per il primo duplice omicidio?
Castelletti di Signa: un luogo isolato, ma non necessariamente raggiunto in automobile
La piazzola di Castelletti si trova in una zona rurale e piuttosto isolata. Le immagini attuali mostrano soltanto poche costruzioni sparse, nessuna delle quali immediatamente addossata al punto oggi indicato come piazzola; non è però possibile stabilire quali di esse, o quali altri edifici, esistessero già nel 1968.
Le vedute attuali dall’alto e da terra, pur non consentendo di ricostruire con precisione il paesaggio del 1968 né di stabilire quali strade e costruzioni esistessero già allora, mostrano ancora un territorio prevalentemente agricolo. La veduta satellitare ravvicinata permette di cogliere il rapporto fra la piazzola, via del Ponte alle Palle, via Montagliari, i corsi d’acqua e le poche proprietà rurali circostanti; la veduta da terra restituisce invece il carattere aperto e agricolo dell’area odierna.
Fonte: Google Maps. Immagini ©2026 Airbus, Maxar Technologies. Dati cartografici ©2026 Google.
Secondo la ricostruzione iniziale, dopo il duplice omicidio il piccolo Natalino Mele, che al momento dell’aggressione si sarebbe trovato addormentato sul sedile posteriore dell’auto, avrebbe raggiunto a piedi e senza scarpe l’abitazione di Francesco De Felice, posta a poco più di due chilometri dal luogo del delitto. Il rapporto giudiziario n. 34/354 del 21 settembre 1968, redatto dal brigadiere Gerardo Matassino del Nucleo investigativo dei Carabinieri di Firenze, indicava invece una distanza di circa tre chilometri. Le modalità di quel tragitto sono tuttavia rimaste controverse. Non sarebbe quindi realistico immaginare che l’autore del delitto fosse semplicemente uscito da una casa posta a poche decine di metri e avesse raggiunto l’automobile delle vittime con una breve passeggiata.
L’isolamento del luogo, tuttavia, non rende automaticamente indispensabile l’impiego di un’automobile.
Una persona che quella sera si fosse già trovata nell’area avrebbe potuto raggiungere Castelletti a piedi, qualora il proprio punto d’appoggio fosse situato a una distanza ragionevole e conoscesse le strade secondarie e i percorsi rurali. Ancora più plausibile, almeno sul piano strettamente logistico, sarebbe stato l’uso di una bicicletta o di un ciclomotore, anche non appartenente direttamente all’autore del crimine.
Una bicicletta o un ciclomotore avrebbero consentito anche a una persona molto giovane, priva di un’automobile propria, di coprire alcuni chilometri e percorrere strade secondarie. Soprattutto la bicicletta avrebbe permesso di muoversi con discrezione, senza il passaggio o la sosta di un’automobile sconosciuta.
Non possiamo sapere se l’omicida arrivò a piedi, in bicicletta, su un ciclomotore, in motocicletta o in automobile. Non conosciamo il punto di partenza né il percorso seguito.
Il punto è più limitato: il carattere isolato della zona non dimostra che l’autore dovesse necessariamente possedere e utilizzare un’automobile. La veduta odierna aiuta, in questo senso, a distinguere fra isolamento e inaccessibilità: il luogo è immerso nella campagna, ma inserito nella viabilità locale.
Fonte: Google Street View. Immagine di luglio 2025, © Google.
Il problema dell’arma bianca e la presenza di Natalino Mele
Il duplice omicidio del 1968 presenta una differenza evidente rispetto a numerosi episodi successivi: Barbara Locci e Antonio Lo Bianco furono uccisi con la pistola, mentre non risulta l’impiego di un’arma bianca.
Da questa circostanza, tuttavia, non possiamo dedurre che l’omicida non avesse con sé un coltello.
Come detto, sul sedile posteriore dell’automobile si trovava Natalino Mele, il figlio di Barbara, che aveva sei anni e mezzo e che, secondo la ricostruzione tradizionale, dormiva al momento dell’aggressione.
La presenza del bambino potrebbe avere influito in maniera determinante sullo svolgimento del delitto. L’omicida potrebbe essersi accorto di lui prima di sparare, durante l’azione o immediatamente dopo. Potrebbe avere temuto che si svegliasse, che gridasse, che fosse in grado di osservarlo o che qualcuno arrivasse mentre egli si tratteneva sul posto.
Non è quindi da escludere che avesse programmato un’azione più lunga e che portasse con sé anche un’arma bianca, ma che la presenza di Natalino lo abbia indotto a interrompere o abbreviare quanto aveva previsto.
La mancata utilizzazione del coltello non dimostra, in altre parole, che il coltello non ci fosse.
Anche ammettendo che l’omicida portasse con sé due armi, lo spostamento a piedi o con un mezzo leggero rimarrebbe possibile. Una pistola e un coltello erano oggetti facilmente trasportabili senza la necessità di disporre di un’automobile.
Le modalità effettivamente riscontrate nel 1968 non comportarono, per quanto possiamo ricostruire, la prolungata e cruenta manipolazione dei corpi osservata in alcuni episodi successivi. Emergono tuttavia elementi compatibili con una possibile successiva sistemazione dei cadaveri, apparentemente più significativa per quello di Barbara Locci, ma riferita anche a quello di Antonio Lo Bianco. La catenina d’oro indossata dalla donna fu inoltre rinvenuta spezzata in due punti, senza che sia possibile stabilire se la rottura fosse stata provocata intenzionalmente o si fosse verificata nel corso dell’aggressione o della successiva manipolazione. Non vi fu comunque il trasporto di parti anatomiche che, a partire dal 1981, rese molto più rilevante la disponibilità di un mezzo chiuso.
L’autore potrebbe aver riportato tracce ematiche anche dopo gli spari a breve distanza; non possiamo escluderlo. La situazione logistica, tuttavia, non era necessariamente paragonabile a quella di Rabatta nel 1974 o ai delitti successivi caratterizzati dall’uso dell’arma bianca e dalle escissioni.
E se l’omicida si fosse già trovato in zona?
Quando immaginiamo gli spostamenti del Mostro di Firenze, tendiamo quasi automaticamente a rappresentarci un uomo che partiva dalla propria abitazione, raggiungeva in automobile un luogo appartato, individuava una coppia e, dopo avere agito, si allontanava rapidamente.
Ma nel caso del 1968 potrebbe essere esistito uno scenario differente.
Una persona residente abitualmente in un’altra zona della provincia – anche nel Mugello – avrebbe potuto disporre di un’abitazione, di un appoggio familiare o di una sistemazione temporanea nell’area di Signa. Avrebbe potuto soggiornarvi per alcuni giorni o per alcune settimane, conoscere il territorio e muoversi senza la necessità di raggiungerlo appositamente la sera del delitto.
L’omicidio avvenne nella notte tra il 21 e il 22 agosto, quindi nel pieno dell’estate. Soprattutto all’epoca, non sarebbe stato inconsueto trascorrere parte della stagione estiva presso nonni, zii o altri familiari, oppure in un’abitazione diversa da quella principale.
Il Cinema Giardino Michelacci: un possibile punto di osservazione
Un ulteriore elemento amplia gli scenari possibili. La sera del 21 agosto Barbara Locci e Antonio Lo Bianco furono visti entrare al Cinema Giardino Michelacci, in piazza Cavour a Signa, per assistere all’ultimo spettacolo. Natalino era certamente uscito con la coppia quella sera ed era successivamente presente nella Giulietta; la sua effettiva presenza all’interno della sala non risulta invece confermata dal gestore, Elio Rugi. Questi dichiarò di non averlo visto e precisò che, trattandosi di un film vietato ai minori di quattordici anni, non gli avrebbe consentito l’ingresso. Non si può escludere che l’eventuale presenza del bambino non fosse stata ricordata o dichiarata per evitare di riconoscere un’irregolarità, ma non esistono elementi che permettano di affermarlo.
Il percorso stradale indicato oggi da Google Maps tra piazza Cavour e il punto segnalato come “Piazzola di Castelletti” misura circa 2,4 chilometri. La viabilità attuale non consente di ricostruire con certezza quella del 1968, ma la distanza fornisce un ordine di grandezza utile.
Fonte: Google Maps. Dati cartografici ©2026 Google.
Se l’omicida avesse notato Barbara e Antonio all’ingresso, durante la proiezione avrebbe avuto il tempo di raggiungere un’abitazione o un punto d’appoggio, recuperare la pistola e tornare nei pressi del cinema prima dell’uscita. Non sarebbe quindi necessario immaginarlo già armato mentre si aggirava nel centro di Signa.
All’uscita avrebbe potuto seguire la Giulietta. A piedi, un pedinamento continuo sarebbe stato difficilmente compatibile con la velocità dell’automobile, salvo che conoscesse già la destinazione, fosse partito in anticipo o seguisse un percorso differente. Una bicicletta avrebbe ridotto sensibilmente il distacco; un ciclomotore, anche appartenente a un parente o a un’altra persona presso la quale soggiornava, avrebbe reso l’inseguimento ancora più agevole senza presupporre il possesso di un’automobile propria.
Un elemento ulteriore riguarda la destinazione. Nella perizia criminalistica e criminologica del 1984, redatta dai professori Francesco De Fazio, Ivan Galliani e Salvatore Luberto, Castelletti viene descritta come una zona «relativamente isolata e buia», ma anche «facilmente accessibile» e tale da permettere «una discreta libertà di movimento». Nelle valutazioni generali sulla serie, la stessa perizia — uno degli elaborati di maggiore rilievo nella lettura criminologica della vicenda — richiama inoltre l’ipotesi di un’attesa in «zona abitualmente frequentata da coppiette», dove potevano trovarsi «più auto, a distanze non grandi». La perizia fu redatta sedici anni dopo i fatti e non costituisce quindi una prova diretta delle abitudini del luogo nel 1968; rende però plausibile che chi conosceva l’area possedesse almeno un’indicazione generale sui luoghi verso i quali una coppia uscita dal cinema avrebbe potuto dirigersi.
Non sappiamo se l’autore fosse presente al Michelacci, se avesse visto entrare la coppia, se fosse tornato armato ad attenderla o se avesse seguito la Giulietta. Il cinema rappresenta però un possibile punto di osservazione che non obbliga a immaginare né una conoscenza personale di Barbara Locci, potendo bastare anche una conoscenza di vista o una semplice individuazione occasionale della coppia, né una lunga attesa preventiva presso Castelletti.
Questa possibilità non esclude l’esistenza di un appoggio abitativo o familiare nella zona. Al contrario, le due ipotesi possono integrarsi: una persona che soggiornasse temporaneamente nell’area di Signa avrebbe potuto frequentarne il centro, trovarsi nei pressi del cinema e conoscere abbastanza bene il territorio da dirigersi verso Castelletti.
La persona che cerchiamo potrebbe quindi avere avuto più punti di riferimento territoriali:
- una residenza abituale;
- una casa appartenente alla famiglia;
- l’abitazione di parenti presso i quali soggiornava;
- una sistemazione utilizzata soltanto in alcuni periodi dell’anno;
- legami lavorativi o personali che la portavano a frequentare zone diverse della provincia.
Nella configurazione attuale, la veduta satellitare più ampia mostra questa doppia caratteristica: la piazzola è isolata nel suo immediato intorno, ma si colloca fra Lecore e altri nuclei abitati, poderi o proprietà sparse. Non sappiamo quale fosse nel 1968 la distribuzione degli edifici, ma l’immagine aiuta a evitare l’alternativa troppo rigida fra un’abitazione a pochi metri e un arrivo da lontano in automobile.
Fonte: Google Maps. Immagini ©2026 Airbus, Maxar Technologies. Dati cartografici ©2026 Google.
Se l’autore si fosse già trovato nell’area di Signa, non avrebbe avuto bisogno di partire dal Mugello o da un altro luogo lontano quella stessa sera. Avrebbe potuto raggiungere Castelletti a piedi, in bicicletta o con un altro mezzo leggero e, dopo il duplice omicidio, tornare verso il proprio punto d’appoggio.
Questa possibilità non dimostra che sia accaduto così. Non sappiamo se l’omicida soggiornasse nella zona, se conoscesse personalmente Barbara Locci o se avesse appreso indirettamente delle sue abitudini.
Tuttavia, Barbara era una figura molto conosciuta nell’ambiente nel quale viveva, al centro di numerose relazioni sentimentali e soprannominata “l’ape regina”. Non è inconcepibile che una persona che frequentava periodicamente quei luoghi ne conoscesse la fama, l’avesse notata o avesse cominciato a osservarne gli spostamenti.
Anche questa, naturalmente, rimane soltanto una possibilità.
Un collegamento con l’Appendice B
Dopo avere formulato questa riflessione, mi sono ricordato di un elemento già esaminato nell’Appendice B del libro, dedicata alla cosiddetta pista dell’“Uomo del Mugello” proposta dal giornalista e documentarista Paolo Cochi.
Secondo quanto affermato da Cochi nelle interviste pubbliche analizzate nel volume, il soggetto da lui indicato sarebbe stato originario di Scarperia e avrebbe avuto pertinenze o disponibilità territoriali in più zone della provincia di Firenze: nel Mugello, nell’area Campi Bisenzio–Lastra a Signa e nella zona di Impruneta.
In altri passaggi Cochi parla più generalmente di riferimenti familiari o disponibilità collocati in aree geograficamente significative e richiama espressamente Lastra a Signa in relazione alla vicinanza con il luogo del delitto del 1968.
La circostanza deve essere trattata con la massima cautela.
Si tratta di dichiarazioni formulate da Paolo Cochi e riportate nel libro a fini documentali e critici. Non consentono di affermare che il soggetto da lui indicato:
- disponesse già nel 1968 di una specifica abitazione nell’area;
- soggiornasse effettivamente nei dintorni di Signa in quel periodo;
- conoscesse Barbara Locci;
- l’omicida fosse certamente presente al Cinema Michelacci o avesse seguito la Giulietta;
- fosse presente nella zona nella notte tra il 21 e il 22 agosto;
- fosse responsabile del duplice omicidio.
La coincidenza territoriale non costituisce una prova e non può essere utilizzata per attribuire responsabilità.
Soprattutto, il ragionamento non deve essere costruito intorno al sospettato di Cochi. L’autore del delitto potrebbe essere stato una persona completamente diversa, dotata però di una configurazione territoriale analoga: residente in una zona della provincia, ma legata anche ad altri luoghi attraverso parenti, abitazioni o soggiorni periodici.
Il riferimento all’Appendice B serve quindi soltanto a mostrare un dato meno ambizioso ma comunque interessante: l’ipotesi di una persona originaria del Mugello e dotata di riferimenti anche nell’area di Lastra a Signa non è territorialmente irrealistica.
Un individuo non deve necessariamente essere radicato in un solo luogo.
Quali conseguenze avrebbe sulla possibile età dell’omicida?
Se l’autore del duplice omicidio del 1968 si fosse già trovato in zona e avesse raggiunto Castelletti a piedi, in bicicletta o con un ciclomotore, verrebbe meno il principale argomento logistico per ritenere indispensabile il possesso di una propria automobile.
Ciò non significa che l’omicida fosse certamente molto giovane.
La disponibilità della pistola, la capacità di controllare o seguire una coppia, la freddezza necessaria per uccidere due adulti e la gestione della presenza di un bambino rendono comunque poco intuitiva l’immagine di un autore giovanissimo.
Ma una cosa è considerare un’età poco probabile; un’altra è escluderla sulla base di un requisito – il possesso dell’automobile – che potrebbe non essere stato necessario.
L’età di 23-25 anni utilizzata nello scenario-base del libro deve quindi essere intesa come una soglia prudenziale, collegata alla maggiore probabilità di autonomia personale ed economica, non come un limite minimo inderogabile.
Qualora si ammettesse uno spostamento a piedi, in bicicletta o con un ciclomotore, anche una fascia compresa tra i 18 e i 20 anni nel 1968 diventerebbe logisticamente concepibile. In uno scenario ancora più estremo, un autore di 17 anni non potrebbe essere escluso soltanto perché privo della possibilità legale di guidare un’automobile.
La tabella seguente mostra come cambierebbero le età, nell’ipotesi che il duplice omicidio del 1968 e quelli successivi siano attribuibili allo stesso autore:
| Età ipotizzata nel 1968 | Età nel 1974 | Età nel 1981 | Età nel 1985 | Età nel 2026 |
|---|---|---|---|---|
| 23-25 anni | 29-31 | 36-38 | 40-42 | 81-83 |
| 21-22 anni | 27-28 | 34-35 | 38-39 | 79-80 |
| 18-20 anni | 24-26 | 31-33 | 35-37 | 76-78 |
| 17 anni | 23 | 30 | 34 | 75 |
Questa estensione verso il basso della possibile fascia anagrafica avrebbe una conseguenza non secondaria. Se nel 1968 l’autore avesse avuto un’età compresa fra i 17 e i 25 anni, nel 2026 avrebbe fra i 75 e gli 83 anni. Non si tratterebbe dunque di un’età tale da rendere remota la possibilità che fosse ancora in vita. Il solo dato anagrafico non consente naturalmente alcuna previsione sul singolo individuo, ma un esordio più giovanile renderebbe concreta l’ipotesi che l’autore dei delitti possa essere tuttora vivente.
Questi numeri non dimostrano quale fosse l’età dell’autore. Servono esclusivamente a mostrare come le stime cambino quando viene modificato un singolo presupposto logistico.
La conclusione corretta non è che il Mostro di Firenze fosse minorenne o appena maggiorenne nel 1968. È più circoscritta: se l’omicida si fosse già trovato in zona e avesse raggiunto Castelletti a piedi, in bicicletta o con un ciclomotore, la necessità di possedere un’automobile non potrebbe essere utilizzata come vincolo rigido per stabilirne l’età minima.
Una possibile evoluzione logistica della serie
Questa ipotesi apre anche una riflessione più generale sull’evoluzione territoriale e operativa dell’autore.
Nel 1968 potrebbe avere colpito in un’area temporaneamente familiare, nella quale disponeva di un appoggio e poteva muoversi senza automobile.
Nel 1974, alle Fontanine di Rabatta, potrebbe avere agito nel proprio territorio originario o abituale. Anche in quel caso, come sostengo nel libro, non è da escludere che avesse raggiunto il luogo del delitto a piedi.
La collocazione della borsetta di Stefania Pettini a circa trecento metri dal luogo del duplice omicidio potrebbe essere stata funzionale proprio a suggerire una diversa direzione di fuga e un allontanamento con un mezzo, mentre l’omicida avrebbe potuto tornare sui propri passi e dirigersi a piedi verso una zona a lui familiare.
Negli anni Ottanta, ormai più adulto e dotato di maggiore autonomia, l’autore avrebbe potuto ampliare il proprio raggio operativo, utilizzare stabilmente un’automobile e trasportare tutto ciò che le nuove modalità delittuose rendevano necessario.
All’evoluzione della violenza potrebbe essersi quindi accompagnata un’evoluzione logistica:
- nei primi episodi, luoghi personali o comunque familiari e possibili spostamenti a piedi, in bicicletta o con un ciclomotore;
- negli anni successivi, maggiore autonomia e uso stabile di un mezzo;
- progressivo ampliamento del territorio nel quale individuare e colpire le vittime;
- maggiore capacità di trasportare strumenti, indumenti e, infine, parti anatomiche.
Anche questo rimane un modello interpretativo e non una ricostruzione accertata.
Non sappiamo se il Mostro di Firenze abbia realmente seguito un’evoluzione di questo genere. Non sappiamo neppure se il delitto del 1968 sia stato materialmente commesso dallo stesso soggetto responsabile degli episodi successivi, nonostante il collegamento balistico determinato dall’impiego della medesima arma.
Ciò che questa ipotesi dice – e ciò che non dice
Questa riflessione non corregge né smentisce le valutazioni contenute nel libro. Le integra, sottoponendo a verifica uno dei parametri adottati per costruire le fasce anagrafiche.
L’ipotesi dice soltanto che:
- Castelletti era un luogo isolato, ma poteva essere raggiunto anche senza automobile da una persona che, in quel periodo, si trovasse già nell’area;
- uno spostamento a piedi, in bicicletta o con un ciclomotore sarebbe stato logisticamente possibile;
- l’omicida poteva disporre di un appoggio abitativo o familiare temporaneo;
- la coppia avrebbe potuto essere individuata al Cinema Giardino Michelacci e seguita, preceduta o raggiunta successivamente a Castelletti;
- la presenza di Natalino Mele può avere modificato o interrotto un’azione che forse prevedeva anche l’uso dell’arma bianca;
- l’automobile non costituisce quindi un requisito certo per il duplice omicidio del 1968;
- viene meno, di conseguenza, un limite rigido nella stima dell’età minima dell’autore.
Non dice invece che:
- l’omicida si sia certamente mosso a piedi, in bicicletta o con un ciclomotore;
- fosse necessariamente originario del Mugello;
- conoscesse Barbara Locci;
- soggiornasse presso parenti nell’area di Signa;
- fosse il soggetto indicato da Paolo Cochi;
- fosse certamente molto giovane.
La distinzione è essenziale. Una possibilità logistica non è una prova e una compatibilità territoriale non costituisce un’identificazione.
Una domanda ancora aperta
Non sappiamo se l’autore del duplice omicidio di Castelletti arrivò in automobile, in motocicletta, con un ciclomotore, in bicicletta o a piedi.
Non sappiamo se avesse individuato la coppia al Cinema Michelacci, se fosse tornato a recuperare la pistola o se conoscesse già Castelletti come luogo frequentato dalle coppie.
Non sappiamo se risiedesse nell’area, se vi soggiornasse temporaneamente o se vi fosse giunto proprio quella sera.
Non sappiamo se avesse con sé soltanto la pistola o anche un’arma bianca che la presenza del bambino gli impedì di utilizzare.
Ma forse, nel tentativo di ricostruire i movimenti del Mostro di Firenze, abbiamo dato troppo facilmente per scontato che arrivasse sempre da lontano.
Almeno nei primi delitti, potrebbe essersi già trovato in zona.
Nota finale
Le considerazioni contenute in questo approfondimento hanno carattere storico, critico e documentale. Non intendono attribuire responsabilità personali ulteriori rispetto a quanto accertato o discusso nelle sedi giudiziarie competenti, né sostituirsi agli accertamenti compiuti nelle sedi proprie.